Il Bene Comune

9 dicembre 2015 4 Di Salvatore Cimmino

[cml_media_alt id='2388']I momenti più belli della vita sono quelli che rendono bella anche la vita degli altri[/cml_media_alt]

I momenti più belli della vita sono quelli che rendono bella anche la vita degli altri

Il bene comune è un principio al di sopra di noi, al di sopra della nostra esperienza e della nostra vita. È possibile quindi, e soprattutto ha senso, parlare di disabilità in termini di bene comune?

Nel linguaggio tradizionale il “bene comune” viene associato a parole come “acqua”, oppure ambiente o cultura per rimarcare la necessità di azioni politiche e di cittadinanza attiva volte a garantire a tutti, in egual misura, la possibilità di usufruire di questi beni.

La domanda di fondo, quando si ragiona di questi temi, è: a chi appartiene l’acqua, e come e da chi deve essere gestita? A chi appartiene la cultura, e come e da chi deve essere gestita?

Proviamo allora a chiederci: a chi appartiene la disabilità, e chi se ne deve prendere cura?

Le storie di chi racconta la propria disabilità sono sempre storie individuali, personali, racchiuse nel privato della propria quotidianità.

Eppure, modificando solo i nomi o i generi, ecco che queste storie si sovrappongono, si intrecciano fino a divenire un’unica storia comune, una storia collettiva, in cui ogni variante narrativa, come nella tradizione popolare dei racconti e delle favole, non fa altro che dare forza e spessore alla trama, all’intreccio comune.

Ma questa traccia comune fa fatica ad emergere, si nasconde con tristezza nelle proprie mura domestiche, si perde nelle difficoltà quotidiane, si affatica nelle risposte sempre più incerte del “dopo di noi”.

Di comune, così, resta solo la quotidianità della solitudine, accerchiata da uno stigma sociale che ancora oggi, nel silenzio degli sguardi, continua ad additare e a segnare come se la disabilità fosse una colpa e non una condizione.

A chi appartiene, dunque, la disabilità e chi se ne deve prendere cura? La risposta di chi non vive la disabilità è abbastanza comune, quasi sempre senza incertezze: la disabilità non è un problema nostro, è un problema loro, delle famiglie e, grazie a Dio, non ci riguarda.

Come si potrebbe ribaltare, allora, questo punto di vista, come riuscire a scardinare questo immaginario così radicato? Come arrivare a dire “mi riguarda” senza dover necessariamente passare per sentimenti come pietà, compassione, buonismo magari retorico da indossare solo nelle belle occasioni?

Il problema di fondo, come è ovvio, è che la disabilità non rappresenta certo un bene necessario come l’acqua, o piacevole come andare a vedere una partita di calcio allo stadio o andare al teatro. Anzi, diciamoci la verità, la disabilità non vogliamo proprio che ci riguardi, è meglio che stia il più possibile lontana da noi, e dunque, a queste condizioni, si fa fatica a pensarla come bene comune.

Allora con umiltà provo a dimostrare che le diversità, e quindi anche la disabilità, possono rappresentare invece addirittura una risorsa per la società e che questo può realizzarsi attraverso un processo d’inclusione.

Le piena integrazione nella società delle persone disabili in tutte le sfere delle vita quotidiana, dalla scuola al lavoro fino ai servizi, è una sfida che può però essere vinta solo grazie al contributo di tutti e alla partecipazione responsabile al percorso di inclusione.

Sottrarre i disabili da un circuito di assistenza inserendoli invece in uno virtuoso di formazione e di lavoro può diventare un valore aggiunto, una risorsa per la società, proprio a partire dal risparmio economico che comporterebbe sia per le imprese che per lo Stato e quindi per l’economia di tutto il paese.

Gli ambiti di azione e gli obiettivi possono essere valutati anche sulla base delle diverse disabilità, considerando e potenziando le abilità residue, e possono quindi spaziare su diversi campi, in un percorso di istruzione della persona che ne faccia crescere le competenze e ne valorizzi le capacità, in ambiti che vanno dalla domotica al supporto alle amministrazioni nell’analisi e la scelta delle tecnologie più idonee, tanto per fare un esempio.

Non è più ammissibile relegare il non vedente al centralino solamente perché ci sente e non vede. Diamogli gli strumenti di formazione e studio, da subito, per poter essere attore della vita lavorativa.

Insisto molto su questo tema, il mondo della disabilità deve essere visto come una risorsa, non più come un costo: se forniamo soluzioni utili, innovative, possiamo aprire un mercato alle imprese come il turismo accessibile, il commercio elettronico accessibile, la residenzialità accessibile, la digitalizzazione. Il futuro deve essere in un mondo che comprenda tutti, senza esclusioni.

Deve essere un diritto di tutti poter girare liberamente, organizzarsi viaggi, scegliersi in libertà un ristorante o un cinema o un teatro senza il rischio di trovarsi di fronte barriere architettoniche. E’ un fatto di civiltà, qualifica una società, un paese.

Sono profondamente convinto della necessità di dover raggiungere prima che il cuore le coscienze di chi ha il potere di rendere accessibili le nuove tecnologie a tutti i disabili, al fine di accorciare quella enorme distanza con la società che ancora oggi preclude un pieno diritto di cittadinanza: Il diritto di partecipazione attiva.

Questo significa creare una sinergia delle realtà più importanti nelle rispettive sfere di competenza, per il raggiungimento di un obiettivo comune, cosa non facile se pensiamo che si tratta di soggetti che per storia e successi conseguiti negli anni hanno la possibilità e le competenze per influire significativamente nella storia della scienza ma, soprattutto, nella vita quotidiana delle persone.

Sono infiniti i temi che potrei portare alla vostra attenzione, le esigenze di un mondo che ogni giorno combatte, quasi in solitudine, per obiettivi a volte così minimi che per altri rappresentano solo uno scontato punto di partenza.

Potrei parlarvi delle famiglie sulle cui spalle grava il peso di una gestione così complicata che l’amore, da solo, non basta a sostenere serenamente, o di quei bambini che possono frequentare la scuola solo episodicamente, perché non trovano adeguate strutture di sostegno all’interno degli edifici e noi tutti qui sappiamo invece quanto siano determinanti per i ragazzi, per poter avere una vita felice, la socializzazione, la condivisione, l’amicizia.

E potrei parlarvi però anche di quante splendide persone ho incontrato girando l’Italia e il mondo, persone che nelle istituzioni o nella società civile da sempre lavorano con competenza per trasformare il mondo in un luogo accessibile a tutti.

E poi naturalmente c’è il mondo della scienza, che mi ha veramente colpito e quasi commosso per la passione e l’abnegazione con cui lavora quotidianamente: il calore, l’affetto, l’accoglienza e l’attenzione degli studiosi, dei professori, dei medici che ho incontrato rappresentano secondo me un valore aggiunto ai risultati che in campo tecnologico, medico e scientifico vengono quotidianamente raggiunti e che rappresentano davvero un determinante sostegno.

Io ho moltissimi sogni, sogni che, sono certo, condivido con tante donne, tanti uomini e tanti bambini nel mondo:

sogno un mondo in cui al disabile venga garantita la tecnologia più avanzata per aiutarlo a superare i suoi limiti,
un mondo dove disabilità non sia sinonimo di malattia,
un mondo dove l’inclusione rappresenti la norma e non più l’eccezione,
un mondo dove le barriere, architettoniche e mentali, rappresentino solo un lontano ricordo,
un mondo solidale e aperto a tutti.

Come voi ben sapete, non smetterò di nuotare fino a quando il mio sogno non diverrà realtà.

Buon Natale
Salvatore Cimmino