Dalla beneficenza allo Stato di Diritto: l’urgenza di applicare la Costituzione

Dalla beneficenza allo Stato di Diritto: l’urgenza di applicare la Costituzione

17 Marzo 2026 1 Di salvatore cimmino

La disabilità viene ancora troppo spesso filtrata attraverso lenti distorte: quella della pietà o quella dell’eroismo. Raramente la si affronta per ciò che è realmente: una condizione umana che si scontra con barriere sociali e che esige diritti certi.

Questa distorsione parte innanzitutto dal linguaggio: espressioni come “esigenze particolari” o “bisogni speciali” non fanno che stigmatizzare e ghettizzare, trattando la disabilità come una categoria a parte. Eppure, essa non è una malattia, ma il risultato dell’interazione tra un individuo e un ambiente ostile. 

Le necessità di accessibilità appartengono a tutti, ma la vera discriminante è politica: esiste l’obbligo giuridico di rimuovere gli ostacoli per garantire pari opportunità universali. Quando trasformiamo questi diritti in favori o concessioni, calpestiamo la dignità della persona, trasformandola da cittadino attivo a soggetto passivo di assistenza.

È inaccettabile che, nel 2026, la Legge 3 marzo 2009 N. 18 — che ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità in Italia — sia ancora un oggetto misterioso per molti, inclusi gli addetti ai lavori. Questa norma non inventa privilegi, ma chiarisce che i diritti umani devono essere garantiti senza distinzioni; ignorarla significa ridurre la dignità a semplice beneficenza. 

Oggi, tuttavia, il rischio più insidioso è la commercializzazione. Quando l’inclusione diventa un business, la persona rischia di essere ridotta a mero consumatore o, peggio, a prodotto per campagne di marketing. Parallelamente, assistiamo a una proliferazione selvaggia di associazioni: sebbene il pluralismo sia un valore, la frammentazione spesso nasconde realtà nate per scopi personali o piccoli finanziamenti, anziché per denunciare violazioni gravi come la mancanza di accessibilità o il negato diritto alla riabilitazione. È lo Stato di Diritto che deve farsi carico della persona, come solennemente sancito dalla nostra Costituzione. 

Per uscire da questa impasse serve un cambio di paradigma radicale su tre fronti. Primo, il Linguaggio: rimettere al centro la persona, non la sua diagnosi. Secondo, la Cultura: conoscere e pretendere l’applicazione delle leggi vigenti. Terzo, l’Associazionismo: esigere trasparenza e fare rete per rivendicare diritti, non omaggi.

Dobbiamo smettere di tradire, violare ed eludere la nostra Carta costituzionale. La vera inclusione non si compra e non si vende: si costruisce garantendo che la dignità umana non sia mai considerata una merce di scambio.

Salvatore Cimmino