Intervista ad un amico

25 luglio 2016 2 Di salvatore cimmino

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Locandina

Da Cuba a Key West, 166 Km e 60 ore di nuotata non – stop: cosa rappresenta per te questa sfida e qual è il messaggio che vuoi mandare?

Prima di rispondere alle tue domande ti informo che sono stato costretto a ritornare in Italia perché non sono riuscito a mettere insieme la cifra necessaria per il trasferimento a Key West per continuare la preparazione nell’oceano e per la stipula di un contratto con il capitano Vanessa Linsley, la persona che dovrebbe organizzare e presiedere la traversata garantendo la mia assistenza e sicurezza.
Per tornare alla tua domanda voglio dirti che in realtà io non ho mai pensato a questa impresa semplicemente come ad una sfida, quasi si trattasse soltanto di una prestazione puramente atletica. L’aspetto atletico ha evidentemente il suo peso, e d’altra parte senza allenamento non avrei potuto affrontare neanche lo Stretto di Messina, ma di certo non esaurisce il senso di questa iniziativa.
Ho trovato nel nuoto un modo di comunicare, in un momento in cui sentivo il bisogno di partecipare, di contribuire anche io ad una battaglia di civiltà, e poiché non sono bravo né a parlare né tantomeno a scrivere, mi sono messo in gioco facendo una cosa che mi riesce, che mi fa stare bene e mi fa sentire libero e leggero e, incredibilmente, annulla completamente la mia disabilità! Camminando con una protesi, anche con una tecnologicamente avanzatissima, si avverte comunque un po’ di fatica, si vive il disagio di dover coordinare e gestire un arto in qualche modo “non tuo”, non naturale. In acqua invece tutto questo non esiste più e ci si sente, finalmente, padroni di se stessi!
L’obiettivo che mi prefiggo è di ricordare che oggi, grazie alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Disabili, la disabilità non deve più rappresentare un fatto privato, a carico dei singoli, ma piuttosto una realtà di cui è necessario che la collettività, per intero, si faccia carico. Il disabile quindi, vorrei che tutti lo capissero, non è la persona ma è l’ambiente nel quale si trova a vivere.

Quanto è cambiata la tua vita dopo aver cominciato a nuotare?

Al di là del benessere fisico il nuoto ha rappresentato per me un momento, importantissimo, di crescita. Sono riuscito finalmente ad aprirmi agli altri, ho imparato ad ascoltare, ho potuto, partendo dalla mia esperienza, aiutare le persone a vedere al di là dei propri impedimenti fisici . Ho finalmente capito che al di là delle prestazioni fisiche ognuno di noi è portatore di un mondo ricco di significati e valori e, in una società che voglia dirsi civile, dobbiamo lottare perché a tutti sia consentita l’espressione più piena di sé, delle proprie attitudini, dei desideri e delle speranze.

Prima la Capri – Sorrento, poi il Giro d’Italia a nuoto, poi quello d’Europa e quello del Mondo: insomma, cosa ti spinge a nuotare e quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Vorrei fosse chiaro che il vero ostacolo ad una piena inclusione delle persone con disabilità è di natura culturale. L’obiettivo che mi prefiggo, e lo dico con grande umiltà, è quello di ricordare a tutte le persone con cui vengo in contatto che c’è una parte di mondo dotata di strumenti diversi, che si trova a dover fare i conti con una società strutturata a misura dei cosiddetti “normodotati” e questa è una realtà che va modificata con l’apporto, convinto, di tutti. Vanno create le condizioni che consentano la partecipazione attiva di noi disabili alla vita del Paese, vogliamo poter contribuire alla crescita e allo sviluppo mettendo in campo le risorse di cui disponiamo. Tutto ciò rappresenta un dovere al quale non è più possibile sottrarsi. È chiaro, io sono solo una persona tra milioni di persone e se una cosa l’ho capita è che da soli non si va da nessuna parte. Dopo dieci anni di “girovagare” però posso dire di aver incontrato tantissime persone, associazioni, istituzioni da molto più tempo di me impegnate in questa battaglia con grandissima competenza e sconfinata passione. E molti, che magari per disattenzione o scarsità di tempo non erano mai venuti a contatto con la nostra realtà, hanno risposto con entusiasmo, aiutandomi con partecipazione e grande sensibilità.

Ho letto che la tua impresa è legata anche ad un progetto di ricerca scientifica biomedica: quanto è importante oggi continuare ad investire nella ricerca?

La tecnologia rappresenta per le persone con disabilità il futuro perché consente una vita indipendente facilitando la mobilità, l’accesso alle abitazioni e agli edifici pubblici, l’accesso all’istruzione e la possibilità di svolgere un lavoro. Inoltre la ricerca scientifica e tecnologica in Italia ha messo a punto dispositivi protesici davvero in grado di rivoluzionare la vita delle persone. Per questo voglio ringraziare, con sincera riconoscenza la prof. Maria Chiara Carrozza e la Scuola Superiore Sant’Anna, il prof. Eugenio Guglielmelli e il Campus Bio-Medico, sia per l’interesse che hanno manifestato nei confronti della mia iniziativa sia soprattutto per l’impegno concreto con cui quotidianamente affrontano il tema della disabilità attraverso la loro preziosa attività scientifica. E poi ancora voglio ringraziare il prof. Fabio Graziosi e l’Università del L’Aquila e gli ingegneri di Leonardo, (ex Finmeccanica), che mi doteranno il Personal Tracker per monitorarmi bracciata per bracciata.

Secondo te cosa può e deve fare lo Stato italiano per i disabili?

L’Italia è un paese all’avanguardia nel campo della normativa sulla disabilità e lo è anche nel campo della ricerca scientifica, medica e tecnologica e però, nei fatti, ancora non siamo riusciti, nonostante autorevoli tentativi, a garantire finalmente a tutte le Persone con Disabilità l’accesso alle nuove tecnologie, non siamo riusciti ad abbattere completamente le barriere architettoniche e a potenziare le infrastrutture per migliorare la mobilità nelle nostre città e, cosa in assoluta più grave, non siamo intervenuti in tutte le scuole per garantire ai bambini e ai ragazzi disabili un accesso normale alle aule. Mi ferisce dirlo ma sembra sempre che non ci siano abbastanza soldi da investire, come se non fosse ancora chiaro che un paese per dirsi civile ha il dovere di garantire a tutti i cittadini di poter vivere con dignità.

Cosa ti fa più paura, e cosa più rabbia?

Mi fa paura l’egoismo della nostra specie, che semina emarginati con indifferenza e arroganza, e mi fa rabbia il fatto che a quasi trent’anni dall’approvazione della Legge sulle barriere architettoniche, (L13/89), ancora oggi si stia a discutere sul come abbatterle.

Mi hai detto che ti alleni molte ore al giorno: riusciresti a raccontarmi la tua giornata tipo?

Quando sono a Roma sto in ufficio fino alle 16.30, poi mi alleno al Circolo Canottieri Aniene (la mia seconda famiglia, i primi che hanno creduto in me, senza il loro aiuto non avrei potuto fare nulla di quello che ho fatto fino ad oggi!) per almeno tre ore al giorno. Nei fine settimana riesco ad entrare in acqua la mattina molto presto e quindi posso allenarmi anche quattro o cinque ore. Lavoro in Finmeccanica (Selex Galileo) e voglio cogliere l’occasione per ringraziare i dirigenti che con straordinaria sensibilità e partecipazione hanno consentito che mi preparassi per questo evento.
Qui a Miami invece gli allenamenti sono più intensi: mi alzo alle sei e dopo colazione vado in palestra per una mezz’ora. Quindi lavoro un po’ al PC. Mi alleno per circa otto ore al giorno in due sedute, percorrendo a nuoto il periplo di Rivo Alto, un isolotto di Miami Beach. Entro in acqua alle otto fino alle 12.00 e poi di nuovo alle 14.30 fino alle 18.30.

Finora hai percorso ben 11 traversate: c’è un momento che ricordi con piacere, che ti porti dentro?

Sono state tutte incredibili, ognuna a modo suo, per la gente, i luoghi, l’affetto che sempre ho ricevuto. Ma forse Goma, Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, è quella che mi ha maggiormente segnato, nel bene e nel male, lasciando dentro di me uno struggimento profondo e insieme una grande gioia.
È stata un’esperienza assolutamente incredibile sotto molti punti di vista. L’accoglienza della gente mi ha particolarmente colpito: nonostante le oggettive difficoltà quotidiane che affliggono questa terra, l’allegria e la voglia di partecipare hanno caratterizzato ogni momento della mia permanenza. Ho conosciuto persone a dir poco straordinarie, sia tra la popolazione sia tra chi opera nella cooperazione internazionale. La traversata del lago di Kivu è stata possibile grazie al grande sostegno degli abitanti di Goma che, ad ogni livello, hanno lavorato duramente mettendo a disposizione tutti gli strumenti possibili, dalle imbarcazioni agli accompagnatori al “tifo” incredibile di tutta la città che mi aspettava all’arrivo. Inoltre, l’aiuto del Vescovo e di tutta la Comunità dei Caracciolini, presenti con la loro missione, si è rivelato decisivo, anche nel rapporto con le autorità civili.

Grazie all’amico e giornalista Raffaele Nappi de’ “Il Fatto Quotidiano”