Contro la deriva escludente: la disabilità è un fatto collettivo che difende la nostra Costituzione

Quando gli spazi, i prodotti e i servizi vengono pensati fin dall’inizio
per essere accessibili, la società smette di escludere. Dare attuazione alla
PROGETTAZIONE UNIVERSALE significa trasformare la disabilità
da un carico privato a una responsabilità collettiva.
C’è un silenzio assordante che avvolge le case di migliaia di famiglie, un isolamento che la politica continua a ignorare delegando il welfare all’amore dei singoli. È una ferita aperta che ci impone di gridare una verità non più rimandabile, affinché episodi devastanti come quello della piccola Bianca, uccisa perché ritenuta non più umanamente gestibile nella solitudine delle mura domestiche, non accadano mai più.
Questa urgenza civile deve oggi fare i conti con preoccupanti affermazioni politiche che arrivano dall’estrema destra europea: i programmi di forze come l’AfD in Germania e le tesi portate avanti da movimenti come Futuro Nazionale in Italia sembrano voler tracciare la strada della separazione, teorizzando classi speciali e un vero e proprio mondo a parte per le persone con disabilità.
Di fronte a questa deriva autoritaria ed escludente, l’auspicio più profondo è che i valori fondamentali della nostra Costituzione — anche se stanno attraversando una crisi profonda e grave — sappiano agire come un argine democratico insuperabile per bloccare questa regressione e lottare per un mondo migliore.
La disabilità non può e non deve più essere considerata come un fatto privato, un dramma intimo o un problema confinato esclusivamente all’interno del perimetro familiare. Per troppo tempo la nostra società ha delegato il peso dell’assistenza, della cura e dell’isolamento sociale ai singoli nuclei familiari e ai loro caregiver, trasformando un diritto universale in un carico individuale insostenibile.
È giunto il momento di invertire radicalmente questa prospettiva: la disabilità è a tutti gli effetti un fatto collettivo, una responsabilità pubblica che interroga e coinvolge direttamente tutte le realtà produttive, economiche e sociali che compongono una comunità civile. Un sistema economico moderno e inclusivo non può prescindere dal contributo di ciascuno, e le barriere che limitano la partecipazione dei cittadini con disabilità non feriscono solo i singoli, ma impoveriscono l’intero tessuto sociale ed economico del Paese.
Per comprendere fino in fondo la portata di questa tesi e attuare un vero cambiamento culturale, si rende quanto mai urgente e necessario dare piena e concreta attuazione all’Articolo 2 della Legge 3 marzo 2009 N.18. Con questo fondamentale provvedimento legislativo, l’Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, introducendo nell’ordinamento il principio cardine della Progettazione Universale.
Per Progettazione Universale si intende progettare edifici, strutture, prodotti e servizi utilizzabili da tutte le persone nella maniera più estesa possibile, senza necessità di adattamenti o di progettazioni specializzate. Attuando finalmente questo articolo, il nostro mondo diventerebbe davvero di tutti e per tutti, superando la logica dell’esclusione o della deroga per fare spazio a una quotidianità nativamente accessibile. Di fatto, rendere vivi questi impegni normativi significa rendere finalmente esigibile la nostra Costituzione in materia di inclusione, salute, mobilità e pari opportunità. Significa dare sostanza e gambe ai diritti fondamentali della persona in ogni ambito della vita pubblica, garantendo l’uniformità delle tutele, la pari dignità del danno e supporti assistenziali certi.
In questo quadro di riforme strutturali, diventa imprescindibile inserire lo studio della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità direttamente nei programmi scolastici. Poiché la maggior parte delle persone con disabilità si trova in età scolare, introdurre questo insegnamento fin dall’inizio del percorso educativo permetterebbe alle nuove generazioni di comprendere l’inclusione non come un obbligo burocratico, ma come una naturale forma di convivibilità. Educare i giovani significa mostrare loro che siamo tutti diversi nelle nostre specificità, ma assolutamente uguali davanti ai principi fondanti e inderogabili della nostra Costituzione.
Soltanto quando lo Stato e le istituzioni assumeranno l’accessibilità e la parità di trattamento non come una concessione, ma come un pilastro fondante dell’intera comunità, potremo dire di aver abbattuto non solo le barriere fisiche, ma anche quelle culturali, per rimettere al centro una verità fondamentale che deve guidare ogni scelta politica: la disabilità risiede nella società, non nella persona.
Salvatore Cimmino
L’inclusione scolastica non è un’opinione. È un diritto umano. E in Europa è sotto attacco.
In Sassonia, AfD è diventato il primo partito. Tra le prime proposte per la scuola: reintrodurre classi separate per gli alunni con disabilità, per “non ritardare” gli alunni definiti normali.
In Italia, posizioni identiche vengono portate avanti da movimenti come Futuro Nazionale.
Non è una proposta didattica. È una proposta che viola il diritto internazionale.
1. Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (2006), Art. 24: Ratificata da Germania (2009) e Italia (2009), impone agli Stati di assicurare un sistema di istruzione inclusivo a tutti i livelli, senza esclusione. Non è una raccomandazione.
2. Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, Art. 2 e 28: Vieta ogni forma di discriminazione e garantisce il diritto all’istruzione su base di pari opportunità.
L’Italia ha una storia di cui andare orgogliosi: nel 1977, con la Legge 517, siamo stati il primo Paese al mondo ad abolire le classi differenziali. La Legge 104/92 ha costruito un modello di integrazione studiato in tutto il mondo.
Quel modello non è perfetto. Ha bisogno di più risorse, più insegnanti di sostegno formati, più continuità. Ma la soluzione non è smantellarlo. È finanziarlo.
Separare non migliora l’apprendimento. Lo impoverisce. Toglie a tutti gli alunni la possibilità di imparare a vivere in una comunità complessa, diversa, reale.
Da educatore, da cittadino, da professionista, credo che dovremmo chiederci: che tipo di classe dirigente stiamo formando se a 8 anni insegniamo che chi è più fragile va nascosto in un’altra stanza?
Un movimento che costruisce consenso prendendosela con un bambino con disabilità non sta proponendo una visione di futuro. Sta certificando di non avere i requisiti minimi per stare in un sistema democratico.
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