L’omicidio silenzioso del diritto alla cura: come i bilanci delle ASL stanno uccidendo 13 milioni di invisibili

C’è una sofferenza che precede quella del corpo e che scava un solco profondo nell’anima. È il dolore invisibile provocato dall’indifferenza burocratica, una barriera sistematica che in Italia colpisce una platea vastissima. Secondo le analisi e le stime ufficiali contenute nel Focus Disabilità pubblicato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane – organo con sede a Roma presso l’Università Cattolica che incrocia e analizza metodicamente i flussi statistici dell’ISTAT – nel nostro Paese si contano oggi quasi 13 milioni di persone con disabilità, pari a circa il 22% della popolazione. Dietro questo numero colossale non ci sono solo statistiche, ma esistenze umane che combattono quotidianamente per il riconoscimento dei propri diritti fondamentali. Troppo spesso, però, questa battaglia si infrange contro le decisioni di chi presiede i vertici delle Aziende Sanitarie Locali (ASL), figure ed enti centrali il cui operato gestionale può determinare il benessere o l’abbandono dei pazienti più vulnerabili.
Il ruolo di chi si trova al vertice delle ASL è preponderante e decisivo. Le scelte amministrative sulla ripartizione dei fondi, i tetti di spesa e l’approvazione dei piani terapeutici individuali si traducono direttamente nella qualità della vita dei cittadini. Quando la logica del mero bilancio economico prevale sulla centralità della persona, l’effetto è devastante: la negazione di una riabilitazione congeniale alle proprie specifiche esigenze strutturali. Non si tratta semplicemente di ritardi o disguidi tecnici; quando si eludono i doveri di assistenza si tradiscono la Costituzione italiana e l’intero patrimonio legislativo di cui è dotato il nostro Paese. Per molti pazienti e per le loro famiglie, la sistematica sottrazione di terapie adeguate viene vissuta come una forma di violenza istituzionale, un’ingordigia di risorse che preferisce il risparmio alla cura e che, per l’entità del male arrecato, equivale moralmente a un omicidio silenzioso.
Questo meccanismo di privazione genera conseguenze irreversibili che superano il perimetro della salute fisica. Negare le cure riabilitative personalizzate significa condannare una persona a una regressione funzionale precoce, ma soprattutto significa colpirne la dignità. Si assiste così a un processo di logoramento morale che precede e accelera il decadimento fisico: una sensazione di totale abbandono da parte dello Stato che genera momenti indicibili di prostrazione e angoscia. Chi sperimenta questa condizione sulla propria pelle avverte un dolore sordo, cosciente, che mina la salute mentale, portando a un senso di impotenza e isolamento che aggrava drammaticamente il quadro patologico complessivo.
La disparità economica rende questo quadro ancora più drammatico e ingiusto. Una persona con disabilità, in nove casi su dieci, non disporrà mai dei soldi e delle risorse economiche personali necessarie per accedere privatamente a trattamenti riabilitativi salvavita, rimanendo totalmente dipendente dal servizio pubblico. La responsabilità etica di chi è consapevole del male provocato da tali omissioni e ciononostante prosegue sulla linea della rigidità amministrativa rappresenta un tema cruciale. È evidente come la freddezza gestionale di certi direttori generali configuri una vera e propria crudeltà burocratica, guidata dalla necessità di far quadrare i conti a scapito della sofferenza umana. Per invertire questa rotta drammatica, è urgente una riforma profonda che rimetta al centro la responsabilità penale e morale dei manager della sanità, trasformando le ASL da strutture di puro controllo finanziario a presidi di reale ed empatica tutela della salute pubblica.
Salvatore Cimmino